mercoledì 1 giugno 2011

Autopen


Lo scorso giovedì 26 Maggio 2011, poco prima della mezzanotte, ora di Washington D.C. , il presidente statunitense Barack Obama ha firmato una proroga quadriennale di alcune parti dell'USA PATRIOT Act (è l'acronimo di Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism) approvata poche ore prima dal Congresso, non senza oppositori, primo fra tutti il senatore del Kentucky Rand Paul.
Queste parti dell'Act riguardano la possibilità di procedere ad intercettazioni e ricerche, ovvero alla sorveglianza dei lone-wolf suspects non statunitensi, in assenza di un mandato specifico sottoscritto da un Giudice indipendente, e debbono essere limitate nel tempo (ma prorogabili) perché il Congresso deve periodicamente valutare se il provvedimento porti con sé un effetto di compressione delle libertà civili.
Il presidente Obama era però in Francia, e per sottoscrivere il provvedimento prima della mezzanotte, ha utilizzato uno strumento ben noto ai cacciatori di autografi ed agli studiosi della burotica francese e statunitense, l'autopen.
Lo strumento è concettualmente semplice, ed è riconducibile ad un brevetto del 1804; in estrema sintesi, è un meccanismo che riproduce meccanicamente una scrittura (in particolare, una firma) a partire da una matrice, una volta una placca metallica, oggi un file in memoria.
L'Autopen è stato utilizzato in Francia per la sottoscrizione dei titoli bancari, e poi negli USA per la firma e la dedica sulle lettere e le fotografie, di artisti, sportivi - e politici. Nei fatti, si tratta di un sostituto robotico della cosiddetta clerk signature (in italiano la firma di sottoposto).
JFK ha utilizzato l'Autopen pressoché per ogni cosa che non avesse importanza capitale, dalle lettere di ringraziamento e di augurio, alle fotografie; pare non ci sia firma di astronauta, da Yaeger e Glenn sino agli equipaggi delle missioni Apollo che non sia automatizzata. 
La macchina può scrivere anche su superfici irregolari (una palla da baseball) o sulla prima pagina di un volume, per esempio.
Però qui non ci interessa parlare né della dubbia sicurezza che porterebbe il PATRIOT Act, né della legge statunitense che impone che la firma sulle leggi sia eseguita a Washington (altrimenti Obama avrebbe sottoscritto il decreto a Parigi, n'est pas?) e nemmeno l'uso dell'Autopen per la firma di una legge, alla fine, visto che per le particolari modalità di esecuzione si è trattato di un esercizio di telepresenza (Marvin Minsky, Omni, Giugno 1980 - io ce l'ho, ci mancherebbe).

La domanda è dal punto di vista del perito grafico: la firma con l'Autopen è riconoscibile come scrittura meccanica oppure no ?
Si dirà che la firma meccanica è ripetitiva, identica al modello : no, perché si può regolare il lasco delle catene cinematiche in modo da introdurre varianti che rientrano nella normale variabilità di un soggetto umano.
Il ductus ? Nemmeno, la riproduzione è pressoché perfetta, nelle forme e nei piccoli segni. Se poi si lavora su una fotoriproduzione ...
La chiave è, in parte, ancora una volta nel tratto, che è caratteristico del sistema cinematico che costituisce l'Autopen. 
Il problema maggiore nel riconoscimento di una firma meccanica è invece nel perito, quando compreso nella mancanza dell'orrore di sé stesso non prende nemmeno in considerazione la possibilità di una scrittura prodotta meccanicamente. 
"Basta uno sguardo", no ?

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